Wednesday, January 27, 2010

Deontologia del reportage e il business dall’inchiesta

Non è un post sulla mala informazione, disinformazione o sul giornalismo venduto al potere e alle lobby che lo detengono. Non riflessioni su “cosa” raccontare, ma sul “come” farlo.

Sono davvero sacrosanti il diritto di sapere e il dovere di informare? Può darsi. Ma io preferisco rispondere “dipende!”.

Non mi sono mai stati troppo simpatici giornalisti, fotoreporter, documentaristi e simili. Anche ora che spesso mi improvviso a scrivere articoli, raccontare storie di gente e fare interviste. “Giornalisti e ricercatori nel campo sociale hanno molto in comune” mi ha detto un giornalista di una nota rivista cinese.

Perché non mi piacciono? Semplice, per un problema pratico e legato al profitto. Un giornalista va, fa la sua bella inchiesta, intervista (usa) persone, poi se ne va, scrive il suo articolo, a volte viene pagato e magari campa di questo. Nulla di male? Certo, anche il giornalista è un mestiere. Mi chiedo però cosa vada agli intervistati. Cosa resti (in tasca) alle persone (perché di persone stiamo parlando) che sono state “usate” per la produzione dell’articolo. All’oggetto dell’inchiesta (che sono persone, ripeto) cosa va? Niente. E a volte peggio di niente, ovvero mala pubblicità. O attenzioni non gradite.

Faccio un esempio pratico e recente: un servizio di AnnoZero a Casal di Principe. Quando cameraman e reporter giravano per il paese in cerca di persone da intervistare, la gente rispondeva a brutta muso, gridava contro Saviano e rifiutava ogni dichiarazione. Un prete si accosta al giornalista e gli fa qualcosa come “Certo che non vogliamo parlare con voi. Voi poi ve ne andate, noi restiamo qui”. È vero. C’è poco da aggiungere. Non dev’essere male lo stipendio da giornalista ad AnnoZero. Peccato poi che, nel bene o nel male, che sia “buona” e “vera” o “mala” e “falsa” informazione, poi di profitti dal servizio ne ricavano solo il programma e i giornalisti.

Me lo son chiesto tante volte. Anche quando in Africa mi facevo foto con i bambini orfani e malati di aids, quelli che fanno a botte tra di loro per potersi fare una foto col “muzungu” (l’uomo bianco). Alla fine io avrò una bella collezione di foto di bimbi nerissimi con denti bianchissimi da mostrare con orgoglio ad amici e parenti in Italia. Loro cosa avranno?

E quando, poco tempo fa, sono stato con un amico a improvvisare foto reportage in giro per Pechino e la campagna fuori Pechino. Realizzato belle foto, fatto belle interviste e conoscenze. Non credo la gente che abbiamo incontrato abbia bisogno dei nostri soldi (non sono stati fatti soldi dai nostri “servizi”, ma questo è un altro discorso), eppure cosa ho dato io a loro? Mi sento di aver solo portato via. Mi sento di aver preso, rubato, usato. Molta di quella gente non la vedrò mai più. È etico un “giornalismo” del genere?

E quando, ancora prima, ho intervistato un ragazzo gay in un parco cinese per poi scrivere un articolo che è stato pubblicato in Italia… stessa storia. Cosa è andato a quel ragazzo? Niente. E le interviste che faccio per la mia ricerca, a delle squattrinate giovani migranti di origine contadina… cosa darò io in cambio per il loro tempo e (fondamentalmente) il loro preziosissimo aiuto? Racconto loro che la mia tesi di dottorato ha l’obiettivo di essere un contributo culturale alla società. Che gran stronzata. Non so neanche cosa scriverò né se la mia tesi verrà mai pubblicata. Se lo sarà, verrà letta in ambito accademico. E li resterà. Cosa avrò fatto per quelle migranti?

La Cina (come molti altri paesi) è piena di reporter occidentali che se ne vanno in giro a fotografare e intervistare povera gente. Nelle campagne, tra le baracche, tra i fiumi inquinati e i lavoratori sfruttati nelle fabbriche. Vanno, rubano foto, rubano interviste e vendono un articolo. E cosa resta alle persone usate per realizzarlo? Nulla. Ma nei loro paesi questi giornalisti faranno profitto dei loro articoli e magari vinceranno anche premi per il miglior servizio o saranno lodati come “giornalisti socialmente impegnati”. Coloro che danno voce a chi non ha voce. Daranno voce a chi non ha voce ma i profitti se li tengono stretti loro. Figo aiutare il prossimo.

Certo il giornalismo ha anche una funzione sociale importantissima: far conoscere. Spesso denunciare. Quanti stronzi sono finiti sotto inchiesta grazie ai reportage di giornalisti coraggiosi! Sono stati davvero d’aiuto per qualcuno quei servizi? Che percentuale degli articoli prodotti dal giornalismo rende effettivamente un servizio diretto alle persone usate per realizzare quell’articolo? A sentire molti campani (Fabio Cannavaro in primis), “Gomorra” di Saviano è un libro di cui i meridionali avrebbero fatto volentieri a meno. Io non lo penso. Ma mi chiedo che beneficio diretto abbia portato agli intervistati.

Detto questo, gli uomini (che stupidi non sono) più in bisogno hanno ben pensato di cominciare a fare qualche minimo profitto anche loro dalle interviste o dai servizi che i giornalisti vanno realizzando. Ovvero hanno cominciato a farsi intervistare, fotografare o mostrare realtà “più nascoste” in cambio di denaro. È capitato a me quando degli anziani ci hanno chiesto qualche spicciolo per farsi fotografare. Così come succede, ad esempio, in un recentissimo video delle Iene durante un servizio sugli eunuchi in India. Morale della favola: vuoi tu giornalista fare un reportage? Hai bisogno di fare interviste? Pagamelo! Ecco il business DAL giornalismo.

Mi chiedo se debba essere il cittadino a dover pagare il giornalista per un articolo o il giornalista a pagare il cittadino per averlo realizzato…

7 Comments:

At 1:08 AM, Anonymous g-r-e-g- said...

tutto come al solito si rifà all'etica del giornalista, se stiamo parlando di giornalismo,
io preferisco parlare di produzione di immagini per la vendita, il giornalismo e l'informazione sono un mercato:
la domanda è dovrebbero esserlo?
certo che no..

l'etica giornalistica di cui parli probabilmente nn è mai esistita. c'è chi produce immagini per soldi, che chi le produce per passione, chi le produce per la notorietà, e nn vedo differenza, tutti approcci opportunisti....
nn credo a chi si nasconde dietro la frase "fotografo per cercare di cambiare il mondo in meglio" ...no.....hai una macchina fotografica professionale al collo.....se vuoi fare del bene vai in africa tra i malati terminali di aids a cercare di dare aiuto.....

è la parola giornalismo che è sopravvalutata secondo me, il fotogiornalismo non è "azione", è immagine e documento...ma nella pratica nn si cambiano le cose, e la speranza di cambiare le cose indirettamente quando si potrebbe davvero fare qualcosa di concreto è solo paura e impotenza.....se ogni giornalista di questo pianeta fosse in africa, o in uno dei centinaia dei paesi nel mondo nei quali serve una mano, sarebbe meglio...

per esempio,tu scrivi su questo blog/chinafiles perchè ami scrivere e ami essere letto, io faccio foto perchè mi piace fare foto e perchè mi piacerebbe trasmettere qualcosa con la fotografia e mi piacerebbe sopravvivere della stessa......nessuno di noi due vuole essere un giornalista, e da quello che facciamo traiamo vantaggio in primis noi, poi potrebbero venire vantaggi per qualcunaltro, potrebbero venire svantaggi, chi lo sa la nostra soddisfazione cosa puo creare, nonstante i piu nobili intenti...

la guerra del vietnam è stata la prima guerra che la fotografia ha raccontato in profondità....io sono convinto che le immagini dal vietnam abbiano portato alla risoluzione della stessa,.....e immagino che i fotoreporter che la documentarono nn volevano cambiare il mondo....erano li per lavoro, e le famiglie erano a casa che aspettavano lo stipendio.....e il vietnam è stata una delle tante...

quindi dico che gli accanimenti e le critiche ( nn le tue, in generale) ai giornalisti vadano rivolte piuttosto al significato della parola giornalismo....fuorviante e utopistico secondo me...

 
At 6:57 AM, Blogger Massaccesi Daniele said...

secondo me (che poi è il titolo di questo blog) che parliamo di giornalismo, fotogiornalismo, produzione di immagini, video o articoli, possiamo mettere tutto sotto la voce di "reportage". ora, che uno faccia il reporter di professione (ovvero salariato, cioè campa di questo) o che lo faccia per pura passione e senza fini di lucro, sempre va in giro a realizzare "reportage". e spesso (non sempre, ovviamente) lo fa "usando altre persone", ovvero rubando immagini, attimi che coinvolgono altre persone, riguardano la vita e le situazioni altrui. trovo assurdo che un fotografo o un giornalista si scoccino quando qualcuno rifiuta loro un'intervista o una foto. disprezzo le foto o le interviste "rubate", sono una truffa, un uso meschino del prossimo. mi piacerebbe che tra indagatore e indagato ("indagato" non nel senso berlusconiano del termine, ma nel senso di indagine sociale) ci fosse una sorta di "contratto sociale", una relazione che sia umana, egualitaria e conveniente ai due. e non è solo un discorso di etica, ma di rispetto e reciproco aiuto. che sia in nome dell'arte, della passione, del profitto o della rivoluzione...

 
At 2:39 PM, Anonymous g-r-e-g said...

bè in qualche modo tra soggetto e giornalista c'è sempre una sorta di contratto, che sia sociale, che sia economico, che sia implicito,....
gli africani che attraversano il sahara nella speranza di raggiungere le nostre coste, raccontano ben volentieri la loro epopea ai giornalisti, nella speranza che anche se nn ne ricaveranno nulla in quel momento, il parlare del disagio africano, dargli visibilità, farlo finire su magazine e tv, in qualche modo possa aiutare....
tenere il problema e il dramma all'ordine del giorno cosi che nn finisca nel dimenticatoio mediatico....e dato che l'opinione pubblica è la sola che possa fare qualcosa, senza questo tipo di informazione, internet, tv, radio, giornali, ci si dimenticherebbe in fretta dei problemi....
il fatto poi che il piu dei giornalisti sfruttino il dramma per i porci comodi è un dato di fatto.

se mi parli di scatti rubati, sono gli unici scatti che rappresentano la realtà senza alcuna interferenza, e nel reportage come sai è importante che il soggetto nn senta il peso del mirino addosso e nn sappia di essere fotografato....in questo caso nn ne viene niente all'altro, si sviluppa un concetto dentro la testa del fotografo, un concetto rivolto all'umanitario, al solidale, alla denuncia, o un concetto legato a logiche giornalistiche di spettacolarizzazione, o un concetto legato a mere logiche economiche.....

le interviste nn si possono rubare, intervista significa aver instaurato un rapporto verbale con l'intervistato, c'è stato il volere di entrambi che ha portato allo scambio verbale....l'intervistatore guadagna un intervista e l'intervistato ha guadagnato l'interesse dell'intervistatore...interesse che per il discorso di cui sopra potrà avere altri vantaggi...
i giornalisti nn possono forzare la gente a parlare, possono pagarla al limite, e a quel punto il vantaggio c'è stato da entrambi le parti, c'è stato un dare/avere...

secondo me, è chiaro..

cmq bro, discorso che ri-ri-affronteremo a breve a 4occhi.....

 
At 11:59 AM, Blogger sopranz said...

Mi pare una discussione mega interessante, entrambe le posizioni che in quelche modo ho sperimentato o sentite entrambe e forse oscillo anche tra le due a volte col mio lavoro. Una cosa pero' mi sorprende di entrambe ma soprattutto di daniele e cioe' il discorso implicito sulla proprieta' e in particolare la proprieta' privata: del proprio corpo, della propria immagine, la propria storia, il proprio pensiero, la propria parole, o le interazioni con quelli intorno a noi. Esempio se io faccio una foto ad una interazione per aver preso o rubato qualcosa significa che era di qualcun'altro e che ora e' mia. Chi era quel qualcun'altro? le persone coinvolte nell'interazione? Loro e quelli che gli stavano intorno? la loro comunita' cultura' gruppo, tribu o nazione? il mio occhio che l'ha catturata e processata?
Sembra un discorso super astratto ma mi sembrava giusto riflettere sulle idee implicite' di proprieta' privata che stanno dietro a questa questione apparentemente morale o deontologica.

 
At 2:16 PM, Blogger 5to1 said...

Cari barbari e molesti, nn potevo nn partecipare

E io qua tirerei fuori i giornalisti tipo del resto del carlino (di macerata in primis e per exp personale) del messaggero, o ancora peggio del giornale o di libero o a volte anche del manifesto o dell’unita’ perche’no.. tutta gente che usa il mezzo giornalistico per fare arrivare il proprio messaggio in modo talvolta talmente vergognoso da evidenziare la pochezza culturale tipica del giornalista venduto… penso che in questi casi sia piu’ corretto dibattere di etica giornalistica e cmq deontologica.. c’e’ una soglia (soggettiva, certo, pero’ piu’ o meno facilmente riscontrabile un po’ da tutti) che spesso coincide anche con la decenza e che viene trp spesso superata.

Detto questo, la mia opinione e’ che il reporter magari “sfrutta” (verbo eufemistico in qst caso forse) 2 vecchietti facendogli la foto, pero’ di certo e’ l’ultima ruota del carro in un sistema di sfruttamento che parte dall’alto e che risulta molto piu’ nocivo per gli autoctoni… digitate "capitalismo" o "multinazionale" su google e sapete di cosa parlo.. ma qst e' un altro discorso e molto piu ampio.. magari, come si diceva prima, il reportage stesso puo’ pubblicizzare anche un po’ la situazione cercando di attirare l'attenzione dell’opinione pubblica, magari no, di certo nn e' per diventare miliardari che lo si fa, nn vi aspettate che una carriera al giorno d’oggi inflazionata come quella di giornalista porti soldi, perke’ nn e’ cosi’, anzi…
X qnt riguarda il discorso della proprieta’ del proprio corpo e della propria immagine sono virtualmente daccordo con clod, dico virtualmente perche’ se ci si pensa un attimo al giorno d’oggi ci sn satelliti (anche googleearth cazzo) e fotocamere della polizia che ti riprendono anche mentre scoreggi per strada, anche qui, cinico ma vero, colpevolzzare il “rubare” l’immagine di qualcuno e’ l'apologia di una utopia, nn so se mi spiego…

 
At 4:31 PM, Blogger Massaccesi Daniele said...

il punto del post che credo si sia un po' perso tra il mio costante dilungarmi è che (al di là di "proprietà privata" e furti vari) di fatto un reporter tramite immagini, interviste e quant'altro racconta storie, crea servizi e informazione "usando" persone relegate (non per scelta) a condizioni di vita che "fanno notizia" per quanto sono misere e pietose. magari questo lo fa a "fin di bene" o magari non c'è nulla di male in questo "usare", ma è possibile fare qualcosa per migliorare le situazioni che il reporter descrive? e se sì, come?

non essendoci ancora una risposta a questo dilemma, una pratica conseguenza è che gli intervistati (o fotografati che siano) passano 1) a rifiutare l'intervista 2) a chiedere soldi per rilasciarla. situazioni entrambe dispiacevoli e poco dignitose direi.

è allora ipotizzabile o proponibile altro tipo di "contratto sociale" fra indagato e indagatore? me lo chiedo ogni volta che, per ricerca, faccio interviste, formali o informali che siano.

 
At 7:23 PM, Blogger Ste said...

la trasparenza potrebbe essere una buona prassi. non quella fatta di risme-muro di fogli stampati ma fondata su rapporti umani, comunicazione interattiva.
ho avuto poco a che fare con i giornalisti, ma in un'intervista mi aspetterei utopicamente una presentazione dell'intervistatore: da dove viene, cosa fa, cosa vuole ottenere lui e chi gli dà il lavoro, e perché gli interessa proprio l'opinione dell'intervistato.
e poi tutto ciò che permette di coinvolgere realmente l'intervistato nell'intervista, dandogli una dignità superiore a quella di "cavia per esperimento statistico-scientifico" (ma spesso si cerca proprio questo, e la cavia non dev'essere influenzata - anche se magari poi la si influenza con le domande o le risposte proposte).
poi l'intervistato dovrebbe essere pagato di default, già solo per il tempo richiesto, soprattutto se economicamente sta peggio di chi lo intervista.
se no è come rubare, raggirare.
certo nulla toglie che si possa arrivare invece a un accordo "emotivo", di simpatia, un accordo di valori o d'altro tipo. ma a maggior ragione se l'accordo non c'è, diventa sfruttamento "d'anima", che l'intervistato avrebbe diritto di scegliere se "concedere" a pagamento o non concedere.
in ogni caso si dovrebbe spiegare che fine farebbero le dichiarazioni rilasciate, se potrebbero essere tagliate in un eventuale servizio, essere reinterpretate e finire chissàdove e soprattutto dove, per quali scopi, eccetera.
un po' meglio di ciò che accade con le attuali e generiche informative sulla privacy.
forse ci sarebbero meno interviste ma più profonde, oppure interviste che non siano più specchio di ciò che già preventivamente si vuole sostenere, "incanalate". certo sarebbe meno comodo, e forse le interviste farebbero meno "sensazione".
probabilmente questo ragionamento perde di vista qualche aspetto o tipi d'intervista, ma ora mi chiedo in quale di questi modi si possa ottenere "più verità" da un'intervista (e anche se abbia senso quest'ultima domanda).
comunque voglio precisare che queste materie sono ben lontane dal mio campo.

 

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